Marine Atlan rielabora « La Gradiva », figura enigmatica della letteratura

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In La Gradiva, il suo primo lungometraggio, Marine Atlan conduce una classe di studenti delle scuole superiori di Montrouge in una Napoli vibrante e fragile. Prendendo il titolo dalla figura enigmatica del racconto di Wilhelm Jensen, il film esplora il confine mobile tra narrazione inventata, idealizzazione e realtà.

Con La Gradiva, il suo primo lungometraggio, Marine Atlan trasporta un gruppo di studenti delle scuole superiori di Montrouge per le strade di Napoli, tra scoperta della città e tensioni adolescenti. Premiato con il gran premio della Settimana della Critica, il film incrocia gli slanci di una gioventù in movimento con una narrazione ispirata a una figura letteraria legata al desiderio e all’immaginario. Dietro questa fuga scolastica, esplora la fragilità delle storie che ci raccontiamo per dare significato alla nostra vita.

Il titolo del film fa riferimento a un racconto di Wilhelm Jensen, pubblicato alla fine del XIX secolo e diventato famoso grazie allo studio che Sigmund Freud gli dedicò. Gradiva, figura misteriosa emersa da un rilievo antico, nutre le proiezioni di un archeologo che crede di riconoscere in essa una donna reale. Questa origine letteraria illumina il film senza dettarne la trama: Atlan si interessa soprattutto al confine incerto tra l’ideale sognato e l’esperienza concreta.

In Napoli, questo confine assume una dimensione quasi fisica. La città porta le tracce di antiche catastrofi e sembra sempre in attesa della prossima scossa, mentre gli adolescenti attraversano i propri sconvolgimenti. Il riferimento a Gradiva diventa allora un invito ad osservare il modo in cui ognuno costruisce le proprie narrazioni, si attacca a immagini e cerca di farle coincidere con il reale.

Napoli, scenario vibrante di un viaggio scolastico

La classe arriva in una città che il film mostra sia splendente che disordinata. Le strade, i siti storici e i movimenti collettivi conferiscono al soggiorno un’energia nervosa. Sullo schermo, gli studenti sembrano costantemente sul punto di fuoriuscire dall’inquadratura.

Il viaggio rivela tanto i luoghi visitati quanto le relazioni che si ricompongono tra i giovani. A volte, basta uno sguardo per spostare un’alleanza, una battuta diventa una provocazione e le posizioni acquisite si disfondono senza preavviso. Niente resta immobile, né nei corpi né nei rapporti di forza.

Questa agitazione ricorda l’instabilità di un territorio segnato da scosse e rovine. Le visite evocano in particolare Pompei, sepolta sotto le ceneri, ma il film non trasforma la Storia in una semplice lezione. Fa piuttosto risuonare la catastrofe antica con le preoccupazioni presenti, senza confondere le due epoche.

Un ritratto di gruppo nutrito dall’osservazione

Prima delle riprese, il team ha trascorso due anni ad osservare uscite scolastiche, conducendo interviste e lavorando con improvvisazioni. Questo tempo di preparazione conferisce agli scambi una spontaneità notevole. Le conversazioni sembrano a volte emergere dietro l’angolo di un corridoio o durante una passeggiata, con le loro esitazioni, le loro bravate e i loro silenzi.

Il film fa apparire le etichette che circolano in una classe: il seduttore, il somaro, l’allievo esemplare o l’artista solitario. Le ragazze, anch’esse, sono intrappolate in giudizi brutali, suddivise in categorie imposte dallo sguardo degli altri. Tuttavia, questi riferimenti non diventano mai delle etichette definitive. I personaggi sfuggono agli archetipi perché i loro atteggiamenti cambiano e le loro contraddizioni persistono.

Il movimento collettivo è una delle grandi forze della narrazione. La messa in scena passa da un personaggio all’altro, senza designare un centro unico attorno al quale tutti dovrebbero gravitare. I ruoli si scambiano, le affinità si spostano e i corpi compongono una danza agitata di parole, desideri e rivalità.

Nel mezzo di questo tumulto, la professoressa di latino cerca di mantenere una forma di ordine. Antonia Buresi le conferisce un’intensità feroce, fatta di autorità, fatica e attenzione. Il suo sguardo sugli studenti evolve durante il soggiorno, così come il modo in cui loro la percepiscono. La relazione pedagogica si trasforma in una conflittualità mobile in cui ciascuno prova i limiti dell’altro.

Adolescenti tra ruoli assegnati e metamorfosi

Tony e James formano il cuore sensibile della storia. Colas Quignard e Mitia Capellier danno alla loro amicizia una presenza delicata, che si costruisce negli scambi e nelle abitudini condivise. La loro complicità appare inizialmente come un rifugio in mezzo al fragore generale.

Il legame tra i due ragazzi si basa anche su una storia raccontata durante il viaggio verso l’Italia. Tony evoca una leggenda familiare intorno a sua nonna, e James lo accompagna in questa invenzione. La narrazione comune li avvicina, ma porta già in sé una fragilità che il viaggio metterà a nudo.

Suzanne occupa una posizione diversa. Studente di arti plastiche, poco attratta dai gruppi, osserva gli eventi dalla loro periferia. Suzanne Gerin le conferisce una gravità discreta, senza ridurla a una semplice spettatrice. La sua distanza diventa un modo singolare di comprendere ciò che si gioca, mentre il disordine assume una dimensione tragica.

Le storie inventate di fronte alla catastrofe

La catastrofe attraversa il film prima ancora di prendere una forma precisa. Si inscrive nel paesaggio napoletano, nel ricordo di Pompei e nella febbrilità della classe. Atlan si sofferma meno sugli eventi storici stessi che sul modo in cui si tramandano e si trasformano in narrazioni.

Una leggenda familiare può proteggere, unire o dare un’apparente coerenza al passato. Ma il film mostra anche il rischio di credere troppo saldamente a una storia fabbricata. Quando il racconto delle origini viene decostruito con brutalità, l’amicizia tra Tony e James si trova esposta a una prova dolorosa.

Il riferimento al racconto di Jensen assume qui una risonanza particolare. Come in quest’opera, l’immaginazione plasma una figura a partire da frammenti di reale, desiderio e memoria. Lo spettatore è invitato ad esaminare le immagini a cui i personaggi si attaccano, senza ricevere una risposta semplice sulla parte di verità che esse contengono.

In questa prospettiva, Gradiva non è solo un nome carico di storia letteraria. Essa evoca il potere delle proiezioni: noi attribuiamo agli altri delle intenzioni, idealizziamo alcuni ricordi e talvolta costruiamo versioni del passato capaci di rassicurarci. Napoli diventa il luogo dove queste costruzioni si scontrano con la resistenza del mondo, con un’intensità che lascia poco spazio all’illusione.

Suzanne, testimone di una tragedia collettiva

Con il progredire della storia, Suzanne diventa un punto di osservazione privilegiato. La sua posizione periferica le consente di percepire i cambiamenti di tono e le linee di frattura. Il suo sguardo riunisce poco a poco il gruppo, fino a far sentire gli adolescenti come un coro antico.

Una forma corale a stretto contatto con i cambiamenti

La narrazione rifiuta di gerarchizzare durablemente i suoi personaggi. Circola da una presenza all’altra, attenta ai gesti tanto quanto alle parole. Questa struttura corale abbraccia la mobilità dell’adolescenza, periodo in cui si provano ruoli prima di sapere quali ci appartengono veramente.

Il film trae anche la sua forza dal suo equilibrio tra osservazione e composizione. Le situazioni conservano un’impressione di libertà, ma si organizzano attorno a tensioni che crescono progressivamente. La macchina da presa accompagna i movimenti senza trasformare i giovani in oggetti di studio. Permette ai loro gesti il tempo di rivelare ciò che ancora non sanno formulare.

Lo sguardo rivolto sulla professoressa partecipa a questa circolazione. Ella non è né una figura esterna al gruppo né un’autorità immutabile: la sua presenza si ridefinisce a contatto con i suoi studenti. In cambio, questi ultimi appaiono diversamente a seconda dei legami che stabiliscono e delle narrazioni che scelgono di credere.

Uscito nelle sale il 21 ottobre, questo lungometraggio a colori dura 145 minuti. La sua durata consente di sviluppare gli scambi e i movimenti, senza forzare le trasformazioni del gruppo. Nel corso del soggiorno, le conversazioni, i silenzi e le scosse della narrazione continuano a spostare il confine tra ciò che gli adolescenti immaginano e ciò che scoprono.

Associando un riferimento letterario a una cronaca contemporanea, Marine Atlan offre al suo primo film diversi livelli di lettura. Il mito non funge da ornamento: dialoga con personaggi singolari, le loro amicizie e le loro finzioni intime. Alla luce cangiante di Napoli, queste storie si incrociano mentre la classe prosegue il suo viaggio.

La Gradiva, tra mito e realtà

Rivisitando La Gradiva, figura enigmatica nata dalla letteratura, Marine Atlan non si limita a dare un nuovo volto a un racconto antico. Sposta i misteri verso una classe di studenti in viaggio a Napoli, città dove le rovine, le leggende e le scosse del presente sembrano coesistere. Il passato non rimane mai immobile: si mescola con le storie che gli adolescenti inventano, trasmettono o scelgono di credere.

Questa tensione tra fiction e realtà attraversa il film come un’onda sotterranea. Tony e James condividono un racconto familiare che alimenta la loro amicizia e plasma il loro sguardo sul mondo. Ma quando questa storia vacilla, anche il loro legame si trova messo alla prova. Attraverso questa fragilità, Atlan interroga la potenza delle narrazioni: possono proteggere, avvicinare, ma anche costruire illusioni la cui caduta lascia tracce.

La regista inscrive questa tragedia nel movimento collettivo di un’adolescenza instabile e vibrante. I ruoli si ricompongono, gli sguardi cambiano e la professoressa come gli studenti vedono le proprie certezze messe in discussione. Al centro di questa danza, Suzanne osserva senza fondersi. La sua attenzione discreta diventa poco a poco il filo che unisce gli eventi e conferisce loro una risonanza quasi corale.

Napoli, con Pompei in memoria, offre a questo gruppo un paesaggio in cui la catastrofe sembra sempre possibile, ma mai completamente prevedibile. Il riferimento a Wilhelm Jensen e alla lettura di Freud affiora senza rinchiudere il film in un’interpretazione. Piuttosto, apre uno spazio di interpretazione, tra idealizzazione, desiderio e verità. Così, Marine Atlan trasforma la Gradiva in una presenza mobile: un enigma che attraversa le generazioni e ricorda che ognuno avanza tra le rovine delle proprie finzioni, cercando ciò che, nei propri ricordi, appartiene al reale.

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