« Tesi » (1996) : Alejandro Amenábar esplora le derive della violenza sullo schermo

dans « tesis » (1996), alejandro amenábar interroge notre fascination pour la violence à l’écran à travers un thriller troublant sur le cinéma et ses dérives.

Con Tesis, thriller spagnolo uscito nel 1996, Alejandro Amenábar immerge un’studentessa in audiovisivo in un’indagine inquietante attorno a una cassetta che mostra un omicidio. Giocando su ciò che rimane fuori campo, il film interroga la nostra fascinazione per la violenza sullo schermo e i limiti dello sguardo.

Prima che il cinema spagnolo si affermasse nell’horror con Il Orfanotrofio o [•REC], un giovane regista firmava un thriller tanto inquietante quanto controllato. Uscito nel 1996, Tesis segue Ángela, studentessa in audiovisivo, che scopre una cassetta che mostra il supplizio di una giovane donna. Partendo da questo enigma, Alejandro Amenábar interroga la nostra fascinazione per le immagini violente, il potere dello sguardo e il confine incerto tra rappresentazione e realtà.

Un primo film che segna un’epoca

Negli anni ’90, il cinema spagnolo esportato all’estero è soprattutto associato a cineasti come Fernando Trueba o Julio Medem. Amenábar arriva in questo panorama con un progetto radicale, incentrato non sull’orrore soprannaturale, ma su una violenza la cui possibilità appare terribilmente concreta. Ha solo ventiquattro anni quando realizza questo primo lungometraggio, dopo aver attirato l’attenzione con due cortometraggi.

Il successo critico e di pubblico di Tesis è coronato da sette premi Goya, tra cui quello per il miglior film. Il thriller contribuisce così ad aprire la strada a una nuova generazione di cinema di genere spagnolo. La sua importanza sta tanto nella sua efficacia quanto nel modo in cui trasforma una questione cinematografica in un vero e proprio motore narrativo: che cosa scegliamo di guardare, e a che prezzo?

Un’indagine al cuore dell’università

Ángela sta preparando una tesi sulla violenza nelle opere audiovisive quando si imbatte in una cassetta singolare, scoperta a seguito della morte del suo direttore di tesi. Richiede l’aiuto di Chema, studente appassionato di film horror e documenti estremi. Tra le piste che si delineano, Bosco, un giovane enigmatico, attira presto la sua attenzione.

L’indagine procede a frammenti: un nastro magnetico, archivi, dettagli tecnici e testimonianze che non sempre concordano. Questo contesto universitario, con i suoi corridoi grigi e le sue sale di montaggio, conferisce al racconto un’apparenza familiare. L’angoscia si insinua precisamente perché il mistero non sembra appartenere a un altrove fantastico, ma a un mondo vicino al nostro.

La violenza suggerita piuttosto che mostrata

Il film si distingue per una strategia di rappresentazione particolarmente efficace: trattiene l’immagine nel momento in cui lo spettatore si aspetta di vederla. Fin dall’apertura, un annuncio nella metropolitana evoca un incidente mortale mentre i passeggeri sono invitati a distogliere lo sguardo. Ángela si avvicina al luogo, esita, poi si vede impedita di scorgere il corpo.

Questa scena espone il meccanismo centrale del racconto. Il divieto di guardare alimenta la curiosità, mentre l’attesa conferisce all’orrore un posto quasi fisico. Amenábar non consegna immediatamente l’oggetto temuto; costruisce piuttosto uno spazio mentale in cui ciascuno immagina ciò che rimane fuori campo.

La cassetta rafforza questa logica. Durante la sua prima visione, Ángela oscura lo schermo e accede inizialmente solo ai suoni: urla, rumori smorzati, indizi incompleti. Questa esperienza sonora disturbante complica la separazione tra indagine e voyeurismo. Per cercare la verità, l’studentessa deve ascoltare ciò che preferirebbe non sentire mai.

Il videoregistratore come finestra inquietante

In Tesis, la violenza registrata non si presenta come un’immagine netta e immediata. La texture granulosa della VHS, i contrasti smorzati e i limiti dell’inquadratura allontanano l’orrore rendendolo tuttavia più inquietante. La telecamera domestica sembra aver conservato una traccia, ma questa traccia non rivela mai tutto.

Il supporto video diventa allora una sorta di testimone imperfetto. Permette di ritornare su una scena, di fermarla e di esaminare ogni dettaglio, senza garantire che l’interpretazione sia giusta. Questo rapporto con il documento fa eco alle storie di film clandestini che circolano come leggende urbane: la loro origine rimane incerta, ma il loro radicamento nel reale basta a provocare il disagio.

Guardare, desiderare, comprendere

Ángela afferma di non compiacersi nella violenza, eppure il suo interesse per la cassetta prende gradualmente un’intensità ossessiva. Ascolta le registrazioni, cerca segni e si avvicina al contenuto che teme. L’ambivalenza del personaggio alimenta il suspense: la sua indagine riguarda solo la ricerca della verità?

La giovane donna si confronta con due forme di morte. La prima le giunge attraverso uno schermo, filtrata dal nastro video; la seconda le si impone in una forma tangibile, quando si trova di fronte a un cadavere. Amenábar contrappone quindi l’esperienza mediatizzata alla presenza brutale del corpo. La prima permette di mettere a distanza, la seconda rende questa distanza impossibile.

Il film non condanna semplicemente la curiosità della sua eroina. Fa percepire al pubblico la stessa attrazione, talvolta scomoda, per gli indizi e le immagini nascoste. I silenzi, i dettagli sonori e le reazioni dei personaggi ci portano a condividere il suo punto di vista, senza offrirci la sicurezza di una posizione esterna.

Una mise en abyme dello sguardo cinematografico

Bosco viene introdotto attraverso la sua telecamera, come se l’apparecchio definisse prima la sua relazione con gli altri. Filma Ángela durante un colloquio, mentre lei afferma di odiare essere registrata. Questo scarto riproduce, all’interno dell’intreccio, il gesto del cineasta: inquadrare qualcuno, decidere ciò che sarà visibile e poi invitare un pubblico a guardare.

Chema incarna un’altra relazione con le immagini. Fortemente consapevole dei film horror, esamina la cassetta come un oggetto tecnico e decompone i suoi segni con metodo. Questo approccio razionale contrasta con l’apprensione di Ángela, ma non basta a dissipare il turbamento. Gli strumenti dell’analisi possono illuminare un’inquadratura; non neutralizzano ciò che rappresenta.

Tra leggenda urbana e orrore ordinario

Negli anni ’90, i racconti di film vietati e le leggende urbane circolavano molto prima che le comunità online popolassero le loro storie di orrore. Tesis si appropria di questa inquietudine senza ricorrere al soprannaturale. La possibilità, mai stabilita, che esistano immagini criminali basta a far vacillare lo spettatore.

Questa assenza di fantastico conferisce al racconto una tonalità particolare. Nulla viene a spiegare la paura attraverso una forza invisibile o una creatura proveniente da altrove. La minaccia sembra piuttosto legata a individui, a scelte e a strumenti in grado di registrare il peggio. È un’orrore tanto più disturbante in quanto assume la forma di un fatto di cronaca possibile.

Il film dialoga con i thriller paranoici americani e con opere che interrogano la circolazione delle immagini violente. Ricorda anche che il cinema può trasformare un atto in spettacolo, poi lo spettacolo in oggetto di analisi o di consumo. In un altro registro, questo colloquio con Christopher Andrews sulla rappresentazione della violenza e la responsabilità del cineasta allunga utilmente questa riflessione.

Lo spettatore coinvolto nell’indagine

Man mano che nuove prove emergono, il pubblico è incoraggiato a esaminarle insieme ai personaggi. Un raccordo, un ingrandimento o un’immagine mancante possono modificare il significato della scena. La ricerca somiglia così a un esercizio di decodifica in cui il minimo indizio sembra decisivo.

Tuttavia, questa immersione ha un rovescio. Seguendo gli studenti, adottiamo il loro desiderio di vedere e sapere, anche quando l’oggetto della loro indagine ispira disgusto. Il film non ci lascia quindi del tutto al sicuro: rivela che la curiosità critica può coesistere con una forma di fascinazione.

Una grammatica visiva al servizio del suspense

Amenábar padroneggia già i movimenti di camera e le variazioni di punto di vista che daranno al film la sua energia. Movimenti fluidi negli spazi universitari si alternano a passaggi più instabili, vicini alla camera a spalla. Questa diversità non è solo virtuosismo: accompagna i cambiamenti di tensione e di sicurezza dei personaggi.

La fotografia desaturata contribuisce all’impressione di freddezza. Gli edifici appaiono poco accoglienti, quasi anonimi, e i corridoi diventano luoghi in cui una minaccia può emergere senza preavviso. L’atmosfera si distingue dai colori brillanti spesso associati alla Movida, come se il film scegliesse deliberatamente un’apparenza più austera e meno immediatamente seducente.

Tra riferimenti americani e identità spagnola

Il racconto si basa su codici familiari del thriller americano, in particolare l’indagine condotta da giovani adulti e la scoperta progressiva di un complotto. Tuttavia, non si limita a imitare questi modelli. Il contesto universitario madrileno e le preoccupazioni legate alla cultura audiovisiva spagnola iscrivono l’intreccio in un contesto preciso.

In una scena di lezione, un professore evoca il potenziale degli studenti e l’ambizione di un cinema capace di brillare oltre i confini. L’osservazione risuona come una dichiarazione di fiducia nelle possibilità del medium. Fa anche eco al percorso di Amenábar, il cui primo lungometraggio avrebbe attratto l’attenzione ben oltre la Spagna.

I lettori interessati alle forme singolari del cinema europeo potranno inoltre scoprire l’intervista con Bruno Dumont, intorno alla finzione e alla libertà che consente l’artificio. Questa questione del falso e della fabbricazione delle immagini illumina, per contrasto, il turbamento specifico creato dalle registrazioni di Tesis.

Un film rilettura alla luce della nostra cultura dell’immagine

Alla sua uscita, i videoregistratori e le cassette costituivano ancora oggetti familiari, capaci di trasportare immagini al di fuori dei circuiti ufficiali. Oggi, il digitale ha profondamente cambiato la loro circolazione, ma l’intuizione del film rimane attuale: un’immagine registrata può essere ricercata, copiata, esaminata o condivisa, senza che la sua visione sia per nulla innocua.

Il materiale VHS conferisce comunque al racconto una forte firma storica. Il suo grano, i suoi difetti e i suoi limiti evocano un’epoca in cui il passaggio da una cassetta all’altra poteva rinforzare il mistero anziché dissiparlo. Il thriller cattura così le paure proprie di un momento di transizione, prima che i contenuti inquietanti diventino accessibili e virali in pochi clic.

Il tema si unisce ad altre opere che interrogano la violenza, la sua messa in scena e il potere dell’immagine. L’intervista dedicata a Patrice Chéreau e a La Regine Margot permette in particolare di esplorare un altro modo di dare forma alla violenza storica. Quella su Émilie Blichfeldt e il suo racconto della cattiva matrigna apre, invece, una riflessione su come il cinema trasformi le figure delle fiabe e le loro zone d’ombra.

La scoperta di un cineasta

Il successo di Tesis ha collocato Amenábar tra i nuovi talenti da seguire. Il suo gusto per i racconti misteriosi e i personaggi confrontati a una realtà incerta si prolungherà in opere successive, anche se ognuna intraprenderà un cammino diverso. Questo primo film conserva però un’audacia particolare: adotta i codici del thriller pur orientandoli verso un’interrogazione sulla nostra responsabilità di spettatori.

Trenta anni dopo la sua uscita, il suo restauro e la sua riedizione in video permettono di ritrovare i dettagli della sua messa in scena e la ruvidezza del suo universo. Queste nuove edizioni invitano anche a osservare come un film possa documentare gli immaginari di un’epoca pur rimanendo vivo per le seguenti. Avvicinandosi ai futuri racconti di genere, la scoperta dell’universo unico di Adilkhan Yerzhanov con Turgaud offre un altro sguardo sui percorsi inaspettati intrapresi dal cinema contemporaneo.

La violenza sullo schermo, uno sguardo che turba

In Tesis, Alejandro Amenábar fa della violenza filmata ben più di un espediente di suspense: diventa il cuore di un’interrogazione sul nostro modo di guardare. Ángela, studentessa in audiovisivo, cerca di capire l’origine di una cassetta che mostra un omicidio. Ma ogni indizio la avvicina a immagini che teme tanto quanto desidera vedere. Questa contraddizione nutre il disagio del film: la curiosità che spinge a scoprire la verità somiglia talvolta alla fascinazione morbosa che si rimprovera agli altri.

Tuttavia, il cineasta sceglie di non mostrare quasi mai frontalmente le sevizie. Le urla, le reazioni dei personaggi e la texture granulosa della VHS suggeriscono ciò che l’immagine nasconde. Mantenendo l’orrore fuori campo, Amenábar trasforma l’assenza in minaccia e costringe lo spettatore a osservare le proprie aspettative. Lo sguardo diventa così una questione morale: volere vedere tutto, è cercare di comprendere o partecipare alla messa in scena della sofferenza?

Questa riflessione risuona con un’epoca in cui le leggende urbane sui snuff movies circolavano come racconti possibili, senza appartenere al fantastico. Il pericolo non è solo quello di un video misterioso, ma quello di un pubblico capace di consumare l’orrore come intrattenimento. Chema, appassionato di cinema di genere, esamina le immagini con una freddezza metodica; Ángela, invece, oscilla tra indagine e repulsione. Le loro reazioni rivelano diversi modi di negoziare con l’inaccettabile, senza fornire una distanza confortevole.

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