Nel 1973, Norifumi Suzuki e Teruo Ishii danno vita a due sfaccettature del cinema yakuza attraverso le avventure di Inoshika Ochō, interpretata da Reiko Ike. Tra la furia della vendetta e l’audacia visiva di un universo barocco, Sex & Fury e Storia di una donna yakuza mescolano combattimenti, erotismo e sperimentazione.
Nel 1973, due film con Reiko Ike danno vita a Inoshika Ochō, eroina di un manga diventata yakuza per inseguire gli assassini di suo padre. Sex & Fury e Storia di una donna yakuza condividono una spiccata passione per l’azione, l’erotismo e la violenza, ma percorrono strade estetiche molto diverse. Il primo abbraccia l’efficacia sfavillante di Norifumi Suzuki, mentre il secondo spinge Teruo Ishii verso una forma di spettacolo più libera e spiazzante. Entrambi i lungometraggi sono prodotti dalla Toei e si inseriscono nel filone della pinky violence, in cui gli scontri sanguinosi si alternano a scene sensuali. La protagonista ha un passato singolare, segnato fin dall’infanzia dall’assassinio di suo padre. Una volta adulta, Ochō entra nel mondo dei clan per trovare i responsabili di quella tragedia. Reiko Ike le conferisce una presenza al tempo stesso elegante e temibile. La giovane donna è molto più che il suo desiderio di vendetta. Sa maneggiare la spada e le armi da fuoco, padroneggia le arti marziali ed è abile tanto nel borseggio quanto nel gioco d’azzardo. Queste doti le permettono di muoversi in un universo dominato dagli uomini senza sottomettervisi. La sua intelligenza tattica conta quanto la sua forza fisica. In Sex & Fury, la sua vendetta si complica rapidamente. Ochō si ritrova coinvolta in un complotto politico che va oltre le ordinarie rivalità tra bande. I nemici che incontra non sono soltanto violenti, ma anche manipolatori. Impara a ritorcere le loro intenzioni contro di loro. La sua vendetta personale si trasforma così in una lotta contro interessi più ampi. Questa evoluzione alimenta il ritmo del film. Il secondo capitolo sposta il conflitto sul traffico di stupefacenti. Ochō deve fare i conti con la morte del suo ex capo clan, affrontando al contempo una rete criminale organizzata. Il cambiamento di scenario rinnova la posta in gioco senza cancellare i meccanismi del primo film. La protagonista resta al centro di un mondo in cui la lealtà si paga a caro prezzo. La sua autonomia diventa un elemento narrativo essenziale. Si impone in mezzo alle rivalità maschili. Entrambe le storie si basano su codici familiari del cinema di genere, ma la loro eroina ne sposta gli equilibri. Gli uomini cercano spesso di controllare il suo corpo, le sue scelte o il suo destino. Eppure Ochō mantiene l’iniziativa e risponde alle minacce con una strategia personale. La vendetta diventa così un modo per riappropriarsi del potere, anziché un semplice pretesto per l’azione. Questa dimensione distingue il dittico da un racconto incentrato unicamente sugli scontri. Non elimina le ambiguità del genere, ma conferisce loro una tensione particolare. Regista di Sex & Fury, Norifumi Suzuki lavora con gli ingredienti attesi dal pubblico della pinky violence. Mescola combattimenti, sensualità e smisuratezza con una messa in scena diretta. Il film non cerca di nascondere la propria appartenenza al cinema d’exploitation. Al contrario, ne rivendica l’energia provocatoria. Questa franchezza gli conferisce un aspetto immediatamente riconoscibile. Lo spettacolo procede senza giri di parole. La fotografia è uno dei suoi elementi più suggestivi. Le inquadrature valorizzano le scenografie e i costumi, mentre i colori vivaci accentuano il carattere stilizzato delle scene. Anche le sequenze di combattimento sono curate con notevole attenzione. L’immagine non si limita a illustrare la trama, ma contribuisce alla sua identità visiva. La forma rende ogni scontro più teatrale. Questa ricerca resta tuttavia al servizio di un racconto concepito per catturare rapidamente l’attenzione. Suzuki dirige il film da professionista dell’intrattenimento popolare. Mantiene un ritmo sostenuto e alterna le peripezie per ravvivare l’attenzione. Alcune scene erotiche possono sembrare insistenti o ripetitive, soprattutto quando sono pensate per provocare più che per far avanzare la storia. Il film non sfugge dunque ai limiti della sua epoca e del suo genere. La sua energia, però, è contagiosa. Le imprese di Ochō sono il principale motore del racconto. La violenza, invece, è messa in scena come una componente spettacolare del mondo rappresentato. La presenza di Christina Lindberg sottolinea anche l’ambizione di distribuire il film a livello internazionale. L’opera si rivolge innanzitutto al pubblico giapponese, pur mostrando segnali di apertura verso altri mercati. Questo orientamento commerciale non ne annulla l’efficacia visiva. Piuttosto, aiuta a comprendere alcune scelte di tono e di casting. Suzuki realizza un film immediato nei suoi meccanismi, ma generoso di colori e scene d’azione. La sua furia nasce dall’alleanza tra chiarezza ed esuberanza. L’anno successivo, il regista firmerà Il convento della bestia sacra, un altro titolo importante del suo percorso. Con Storia di una donna yakuza, Teruo Ishii si allontana dalle aspettative di un convenzionale racconto di vendetta. Il film conserva gli ingredienti del cinema d’exploitation, ma li dispone in modo più imprevedibile. A volte le scene sembrano seguire una propria logica, anziché le tappe di una classica trama poliziesca. Questa libertà può spiazzare. Ma offre anche il piacere della scoperta. Ishii privilegia le sensazioni, i tableaux e i cambi di tono. Lo spettatore è invitato tanto a guardare quanto a seguire la storia. I titoli di testa annunciano questo approccio con una sequenza di combattimento in cui Ochō si spoglia progressivamente. La scena unisce sensualità, scontro e una composizione attentamente calibrata. I vincoli della censura legati alla rappresentazione del corpo hanno reso particolarmente delicata la sua realizzazione. Eppure l’effetto desiderato non si basa unicamente sulla provocazione. I movimenti e le inquadrature delineano fin da subito una visione singolare. Ishii trasforma l’esposizione del corpo in un evento di messa in scena. I titoli di testa diventano quasi un manifesto estetico. Questa ricerca prosegue nel modo in cui la macchina da presa accompagna i personaggi. Gli spostamenti, i cambi d’asse e il montaggio conferiscono a diverse scene l’andamento di una coreografia. I corpi sembrano muoversi in uno spazio al tempo stesso concreto e artificiale. La scenografia può allora ricordare un palcoscenico teatrale più che un ambiente realistico. A volte la narrazione passa in secondo piano rispetto all’organizzazione dei movimenti. Questo approccio non sempre facilita la comprensione della trama. Crea però un’esperienza visiva sorprendentemente giocosa. L’apparente disordine ha un ritmo tutto suo. Il film riserva anche momenti che sfiorano la pantomima. Una sequenza in cui ballerini truccati interpretano persone considerate folli colpisce per la sua stranezza. Le loro espressioni esagerate e i loro gesti compongono un’immagine quasi irreale. Vi si può cogliere un’eco delle sperimentazioni teatrali di Shūji Terayama o di alcune ricerche del butō. Questi accostamenti non riducono il film a una citazione colta. Indicano piuttosto la sua capacità di integrare forme diverse in uno spettacolo popolare. L’eccesso diventa qui un linguaggio visivo. Il traffico di droga offre al racconto un tema particolarmente sordido, trattato secondo le convenzioni sopra le righe del genere. Ishii non cerca di rendere questa materia discreta o realistica in senso stretto. La trasforma in un elemento di un universo carnevalesco, in cui il grottesco e il macabro convivono con il desiderio. Il risultato può essere disturbante, soprattutto per un pubblico poco avvezzo all’ero-guro. Questa estetica mescola erotismo, deformità, violenza e umorismo nero. Fa della trama criminale un terreno di sperimentazione. Il film sembra allora preoccuparsi meno della verosimiglianza che dell’intensità. Gli scontri finali portano questa logica al suo culmine. La coreografia, i gesti e lo spazio prendono il sopravvento sulla spiegazione psicologica. L’azione sembra svolgersi davanti a un pubblico invisibile, come se i personaggi occupassero un palcoscenico. Questa stilizzazione avvicina il chambara alla performance. La violenza diventa un movimento composto, senza perdere la sua capacità di scioccare. Il film yakuza abbandona così il solo terreno della virilità trionfante. Le donne che lo popolano, in particolare Ochō e le prostitute ribelli, partecipano alla lotta contro l’autorità maschile. Questa lettura non cancella le contraddizioni di un’opera concepita all’interno di un genere ampiamente destinato a sedurre un pubblico maschile. La differenza tra Suzuki e Ishii non dipende soltanto dal grado di violenza o di sensualità. Si manifesta nel rapporto tra racconto e immagine. Suzuki privilegia una narrazione chiara, peripezie efficaci e un’estetica colorata che sostiene lo spettacolo. Ishii, invece, accetta le digressioni, le rotture e le sequenze che sembrano sospendere la trama. Il primo affina i codici popolari. Il secondo li spinge verso una forma più sperimentale. Il dittico rivela così due modi di far traboccare i confini del cinema di genere. Il loro tratto comune resta tuttavia il ruolo affidato a Reiko Ike. La sua interpretazione unisce i due film nonostante le differenze di tono. Conferisce a Ochō una forte presenza visiva e una determinazione costante. L’eroina attira gli sguardi, ma agisce anche, corre rischi e impone le proprie scelte. Questo doppio statuto, al tempo stesso figura dello spettacolo e personaggio motore, è al cuore dell’ambivalenza delle opere. Permette di interrogarsi sulla rappresentazione delle donne senza pretendere di risolvere tutte le tensioni proprie della pinky violence. La loro influenza si è protratta ben oltre l’uscita. Gli appassionati di cinema d’azione giapponese vi ritrovano motivi che hanno ispirato diverse generazioni di spettatori e cineasti. Il legame con Kill Bill di Quentin Tarantino viene spesso evocato, soprattutto per l’energia dei combattimenti e l’immaginario della vendetta. Questa filiazione testimonia la circolazione internazionale delle immagini del cinema d’exploitation. Per esplorare altri territori del cinema di genere giapponese, si può anche scoprire questa presentazione dei Samurai dello shogun di Kinji Fukasaku. Offre un altro punto d’accesso a una storia in cui i racconti di potere e gli scontri assumono forme diverse. Le edizioni Blu-ray proposte da Le Chat qui fume permettono di riscoprire i due film in edizioni dedicate. L’edizione di Sex & Fury include un libretto di quaranta pagine composto da rare fotografie provenienti dagli archivi della Toei. Propone inoltre un intervento di Clément Rauger della durata di circa trentaquattro minuti e un trailer. Il disco dedicato a Storia di una donna yakuza include anch’esso un libretto fotografico e un’intervista a Clément Rauger, della durata di circa trentadue minuti. Un trailer completa i contenuti extra. Questi materiali documentari approfondiscono le scelte di regia e collocano i film nel loro contesto produttivo. Accompagnano due opere le cui immagini restano al centro dell’esperienza.Due visioni del cinema yakuza, tra la furia di Norifumi Suzuki e l’universo di Teruo Ishii
Un’eroina in cerca di vendetta al centro del cinema d’exploitation giapponese
Il percorso di Inoshika Ochō
Norifumi Suzuki: l’efficacia e lo splendore di Sex & Fury
Teruo Ishii, dal racconto criminale alla performance visiva
Due sensibilità riunite in un unico cofanetto
Due visioni del cinema yakuza, tra la furia di Norifumi Suzuki e l’universo di Teruo Ishii
Con Sex & Fury e Storia di una donna yakuza, Inoshika Ochō attraversa due universi cinematografici che condividono la stessa eroina, ma danno alla sua vendetta sfumature molto diverse. Sotto la direzione di Norifumi Suzuki, il primo film adotta l’efficacia diretta del cinema d’exploitation: l’azione procede al ritmo degli scontri, dei complotti e delle provocazioni. Ochō sfoggia la sua spettacolare abilità con la spada e le armi da fuoco, mentre la sua ricerca personale si intreccia con una trama politica. La regia punta sull’impatto, con scene di combattimento chiare e una sensualità concepita come uno degli ingredienti dello spettacolo.
Teruo Ishii trasforma maggiormente il secondo capitolo in un terreno di sperimentazione. La sua storia di traffico di droga e vendetta sembra a volte disperdersi, come se la trama poliziesca cedesse il posto a una successione di tableaux, gesti e visioni. I movimenti di macchina, i colori sgargianti e le composizioni meticolose avvicinano il film a una performance teatrale. La violenza e l’erotismo non servono soltanto a provocare: diventano gli elementi di un linguaggio visivo singolare, fino a trasformare alcuni combattimenti in vere e proprie coreografie.
Queste differenze si riflettono anche nella rappresentazione del potere. Entrambi i film mettono una donna al centro di racconti dominati dagli uomini, ma Ochō non si riduce mai a un semplice oggetto di spettacolo. La sua determinazione e la capacità di ribaltare i rapporti di forza conferiscono al suo percorso una dimensione di rivolta. Anche le prostitute che la circondano partecipano a questa lotta contro avversari maschili segnati dall’abuso e dalla corruzione. Questa tensione tra sfruttamento commerciale e sovversione attraversa il dittico: Suzuki privilegia l’energia frontale, mentre Ishii spinge il genere verso una forma più barocca e a tratti spiazzante, in cui il cinema yakuza si mescola all’ero-guro e alla sperimentazione visiva.









