In L’America degli altri, Goran Paskaljević segue due emigrati che cercano di trovare il proprio posto nei dintorni di New York. Tra umorismo burlesco e malinconia, il film delinea con tenerezza le speranze, lo sradicamento e le disillusioni di chi ha lasciato tutto per sognare un altrove.
Riscoperto al festival di Arras nel 2024 e poi riportato sugli schermi da Malavida, « L’America degli altri » racconta la vita fragile di due emigrati che sperano di trovare il proprio posto nei dintorni di New York. Goran Paskaljević compone un racconto insieme divertente e doloroso, animato da personaggi che vanno avanti nonostante le avversità. Sotto la sua apparente leggerezza, il film interroga la promessa americana, lo sradicamento e la possibilità di continuare a sognare quando la realtà si ostina a deludere. Ci sono film che al loro apparire non fanno rumore, ma le cui immagini restano a lungo nella memoria. Questo appartiene a quella schiera discreta: due anni dopo averlo scoperto ad Arras, basta ricordare i suoi personaggi per ritrovare il loro modo singolare di ridere in mezzo alle difficoltà. La sua riedizione offre l’occasione di rivedere un’opera tenera, attraversata dalla malinconia e attenta alle vite che il grande racconto americano lascia ai margini. Il cineasta serbo Goran Paskaljević ritrova qui lo sceneggiatore Gordan Mihić, noto in particolare per il suo lavoro su « Il tempo dei gitani » e « Gatto nero, gatto bianco ». Il loro film adotta una forma semplice, quasi modesta, senza cercare di trasformare la precarietà in spettacolo. La regia predilige i dettagli, i silenzi e i gesti, come se le traiettorie dei suoi protagonisti si raccontassero talvolta meglio attraverso un passo esitante che con un lungo discorso. Il titolo annuncia già un punto di vista: questa America non è quella dei vincitori, ma quella di chi la guarda dai margini. Il film si interessa a persone arrivate da altrove, che hanno lasciato il proprio paese con immense speranze e scoprono una quotidianità fatta di piccoli lavori, alloggi angusti e legami necessari. Questa attenzione ai destini di chi è stato sradicato trova un’eco nel ripercorrere il cammino di Jacques Kebadian e Serge Avedikian intorno a « Senza possibilità di ritorno » (1983), un altro viaggio nelle tracce lasciate dall’esilio. Alonso, lo spagnolo interpretato da Tom Conti, gestisce un bar-ristorante a Long Island. Bayo, interpretato da Miki Manojlović, è uno jugoslavo che si mantiene con lavori manuali e alloggia in una stanza precaria sopra il locale. Non vivono davvero a New York: la osservano a distanza, da una periferia che promette loro poco, ma dove sono riusciti a costruirsi una sorta di quotidianità. Il rapporto tra i due uomini dà al film il suo movimento principale. La loro complicità non si esprime attraverso grandi dichiarazioni; prende forma nelle abitudini, negli aiuti reciproci e in un modo di capirsi senza dover spiegare tutto. La loro amicizia non cancella né la povertà né la solitudine, ma rende queste prove un po’ meno opprimenti. Attorno a loro, incontro dopo incontro, si forma una comunità eterogenea. Una giovane iraniana attira i loro sguardi, mentre alcuni commercianti cinesi curano i piccoli malanni e la madre cieca di Alonso veglia sul ristorante. Ognuno sembra occupare un posto provvisorio e, tuttavia, i gesti di solidarietà compongono un fragile rifugio. Il film osserva questa solidarietà senza idealizzarla: non risolve ogni cosa, ma permette di resistere fino al giorno dopo. In seguito, due notizie sconvolgono questo equilibrio. La madre di Alonso desidera tornare in Spagna per trascorrervi gli ultimi giorni, mentre la famiglia di Bayo decide di raggiungerlo senza consultarlo. Nel suo paese d’origine, la figlia minore soffre per l’assenza del padre. Le aspirazioni si scontrano allora con le responsabilità, e il sogno di una vita migliore diventa una domanda dolorosa: che cosa si può ancora scegliere quando si è già lasciato così tanto? Paskaljević non riduce i suoi personaggi a simboli dell’immigrazione. Hanno contraddizioni, slanci comici e momenti di debolezza; la loro dignità si rivela proprio in questa imperfezione. Il ritorno, la partenza o la scelta di restare non rappresentano mai soluzioni ovvie. Ogni decisione comporta una perdita, che si tratti di un legame familiare, di una promessa fatta tempo prima o della speranza di ricominciare altrove. Con Alonso e Bayo, il corpo diventa un linguaggio a tutti gli effetti. I movimenti goffi, i gesti bruschi e i tentativi di mantenere il contegno compongono una commedia fisica che richiama tanto il cinema burlesco quanto il teatro dell’assurdo. Le loro figure sembrano talvolta smarrite in uno scenario troppo vasto, come personaggi beckettiani intenti ad aspettare, ricominciare e inventare un motivo per andare avanti. Questa tonalità deve molto all’interpretazione di Tom Conti e Miki Manojlović. I volti, le posture e i movimenti raccontano le inquietudini che le parole non esprimono. La risata nasce spesso da una situazione precaria, ma non deride i personaggi: offre loro una via di fuga. In questa America lontana dalle cartoline, l’umorismo serve meno a negare il dolore che a impedirgli di ricoprire ogni cosa. La fantasia emerge nei dettagli della quotidianità, fino all’allevamento di un gallo o alle scene in cui un’apparente assurdità si affianca a una sofferenza autentica. Il film accoglie questa mescolanza senza smussarla. Una battuta può precedere un momento di lutto; un gesto quasi clownesco può rivelare una paura profonda. Talvolta, in questo modo di rispondere alla sventura con l’inventiva e l’arte di arrangiarsi, si ritrova un’energia simile a quella che il cinema di Kusturica associa alle comunità sconvolte dalla storia. La fotografia di Giorgos Arvantis, collaboratore abituale di Theo Angelopoulos, conferisce al racconto una notevole presenza visiva. La copia restaurata valorizza i suoi colori e i suoi contrasti, mentre la musica di Andrew Dickson accompagna gli spostamenti erratici dei due uomini. Emergono momenti di bellezza privi di enfasi, come la scena del pozzo, in cui la leggerezza della regia lascia improvvisamente affiorare il tragico. Questo passaggio tra la risata e la gravità costituisce uno degli equilibri più delicati del film. Paskaljević non sottolinea ogni dramma con una musica insistente o con un commento esplicativo. Spesso lascia respirare la scena e poi affida allo spettatore il compito di coglierne la portata. Questa sobrietà ricorda che l’esilio non è un’idea astratta: si inscrive nei corpi, nelle abitudini e nelle conversazioni interrotte. Il racconto non è privo di momenti prolissi e alcuni episodi prolungano le prove dei protagonisti senza sempre dare più forza al loro percorso. A tratti affiora anche la sua inclinazione al sentimentalismo. Ma questa fragilità accompagna il suo approccio: il film non pretende di descrivere un sistema con freddo distacco, cerca di restare accanto a chi lo attraversa. La sua generosità può sembrare ingenua; diventa anche un modo per rifiutare che la disperazione abbia l’ultima parola. Un’immagine riassume la discreta posizione politica del film. Durante un funerale, la macchina da presa si sposta e lascia apparire, nella parte alta dell’inquadratura, le torri di Manhattan; più in basso si estende un vasto cimitero. La composizione mette a confronto la città sognata e le vite che hanno contribuito a costruirla, senza trasformare questa opposizione in un discorso didascalico. I grattacieli brillano in lontananza, mentre il film rivolge la propria attenzione alle tombe e alle esistenze invisibili. Questa prospettiva conferisce un’altra sfumatura al sogno americano. La promessa di ascesa sociale e libertà si scontra con confini concreti, la precarietà e la lontananza dai propri cari. I personaggi non sono semplicemente stranieri in un paese: a volte sembrano estranei alla propria famiglia, al proprio ruolo di genitori o persino all’idea stessa di un futuro stabile. Il loro sradicamento è tanto intimo quanto geografico. Il film parla anche di rimpianti, di un figlio assente, di un amore irrealizzabile e di un futuro che sfugge. Eppure non cerca di rinchiudere queste ferite in un’unica spiegazione. Affiorano nelle scene quotidiane, in uno sguardo o in una decisione tardiva. Questa attenzione al modo in cui i conflitti si insinuano nelle vite ordinarie richiama la riflessione di Magali Roucaut ed Éric John Bretmel sulla natura dei conflitti. Anche altri progetti cinematografici, in forme molto diverse, affrontano i confini e gli spostamenti. Nella sua copertura del FID 2025, il concorso internazionale mette in risalto l’opera di Leonor Noivo con « Bulakna », ricordando quanto i racconti singolari possano illuminare i legami tra le persone e il loro ambiente. Accanto a questo approccio documentaristico, il film di Paskaljević sceglie la finzione e il burlesco, ma condivide l’attenzione per le esistenze che i racconti dominanti raramente prendono in considerazione. La presenza dell’assurdo non è riservata al cinema d’autore. Può anche sovvertire i codici dell’intrattenimento per far emergere una lettura diversa del passato, come mostra questo articolo su il nuovo film dei Minions, che rilegge la storia e spiega la loro assenza dalle guerre mondiali. Nel cinema di Paskaljević, la comicità non trasforma la storia in un gioco, ma ricorda che uno scarto può rendere visibile ciò che la sola serietà non sempre riesce a esprimere. Il cinema diventa così un luogo in cui vite minuscole resistono alla scomparsa. Alonso e Bayo non controllano né lo spazio che li circonda né gli eventi che sconvolgono la loro esistenza. Conservano tuttavia la capacità di sostenersi a vicenda, stupirsi e immaginare un seguito. Questa tenue energia avvicina il film ad altre evasioni culturali, persino a selezioni ludiche come gli entusiasmanti giochi da tenere d’occhio a dicembre, dove ritroviamo, in un’altra forma, il desiderio di aprirsi un varco fuori dalla quotidianità. La vita a Long Island non assomiglia dunque né a un arrivo trionfale né a un semplice fallimento. Si costruisce negli interstizi: una stanza sopra un bar, un pasto condiviso, un lavoro accettato perché non c’è di meglio, una battuta che rimanda il dolore. Questa America ai margini non cancella l’entità delle perdite, ma mostra come le persone continuino ad abitare il presente, loro malgrado. In questo spazio instabile, il sogno resta meno una destinazione che un movimento, fragile e sempre ricominciato.Una riedizione che ravviva una scoperta
Una storia di spostamenti
Alonso e Bayo, due sognatori ai margini
La famiglia, l’assenza e le scelte impossibili
La risata come modo di sopravvivere
Una regia tra dolcezza e vertigine
Manhattan in lontananza, gli esclusi in primo piano
Il burlesco, un altro modo di guardare la storia
L’esilio e il sogno americano
In L’America degli altri, Goran Paskaljević filma l’esilio dal punto di vista degli uomini: Alonso e Bayo avanzano in un paese immenso senza mai riuscire a sentirsi a casa. Lontano dalle immagini trionfali del sogno americano, la loro quotidianità è fatta di piccoli lavori, una stanza precaria e gesti di solidarietà. New York appare in lontananza, visibile quanto inaccessibile, mentre i due amici cercano di conservare un po’ di gioia in mezzo alle difficoltà.
La loro storia, tuttavia, non si riduce alla lotta per sopravvivere. Ognuno porta con sé un passato, una famiglia e rimpianti che attraversano l’oceano senza svanire. Quando la madre di Alonso desidera tornare in Spagna e la famiglia di Bayo lo raggiunge, il fragile equilibrio della loro esistenza vacilla. Il film fa allora percepire il prezzo della partenza: essere lontani da chi si ama, perdersi i momenti essenziali, non sapere più dove si trovi il proprio vero posto.
Paskaljević sceglie la tenerezza e il burlesco invece del pathos. I corpi goffi, le espressioni e le situazioni assurde conferiscono ai due personaggi l’aria di clown malinconici. La risata non cancella i dolori; diventa un modo per resistervi, per mantenere la propria dignità quando il futuro sfugge. Attorno a loro, una comunità eterogenea condivide le stesse incertezze e abbozza una solidarietà discreta ai margini di questa America sognata.
La regia, delicata e ricca di colori, lascia affiorare il dolore senza spiegarlo in modo pesante. A volte bastano uno sguardo, uno spostamento o un paesaggio per ricordare tutto ciò che è stato abbandonato. Attraverso queste vite modeste, il film interroga la promessa di un altrove che attrae i sognatori pur mantenendoli a distanza. Tra la speranza di ricominciare e il richiamo di chi è rimasto indietro, Alonso e Bayo proseguono il loro cammino, sospesi a questa domanda: fino a che punto ci si può allontanare senza perdere il legame con chi ci aspetta?









