Di ritorno a Losanna per la sua 25ª edizione, il LUFF ha fatto vibrare ottobre al ritmo di un cinema libero, strano e indomabile. Tra l’apertura travolgente di Burn, il rock underground e i classici ritrovati, questo primo resoconto esplora un festival in cui la scoperta fa rima con resistenza.
A Losanna, la venticinquesima edizione del festival ha ritrovato il suo gusto per le opere indocili, gli incontri inattesi e le esperienze che traboccano dallo schermo. Dall’apertura con Burn alla riscoperta del rock di protesta dei Fugs, le prime giornate hanno alternato emozione, provocazione e scoperta. Questo primo diario del festival attraversa anche le visioni sulfuree di Ken Russell e il mondo artigianale e spiazzante di Mario Mercier.
Un’apertura tra memoria e inquietudine
Mercoledì 14 ottobre, la sala Paderewski ha ospitato la serata inaugurale in un’atmosfera al tempo stesso festosa e carica di ricordi. Julien Bodivit, direttore artistico del festival, ha rievocato gli inizi del progetto, nel giugno 2002, quando il suo team immaginava una manifestazione collettiva in una vecchia scuola di chimica di Losanna. L’edificio era diventato un centro culturale alternativo, prima di scomparire dal panorama cittadino.
Questa rievocazione andava oltre la semplice nostalgia. Altri spazi indipendenti, in Svizzera e altrove, sono messi a rischio dall’aumento dei costi, dalle esigenze di ristrutturazione e da un’omologazione che lascia poco spazio alle iniziative originali. Il messaggio rivolto al pubblico era limpido: questi luoghi hanno bisogno di sostegno, risorse e attenzione.
Anche il festival deve fare i conti con la precarietà degli spazi. Il Casino de Montbenon, che abitualmente ospita una parte importante delle proiezioni e dei concerti, si appresta ad affrontare grandi lavori. Il team dovrà quindi trovare un nuovo punto d’appoggio fino al 2029, anche se la soluzione non è ancora stata definita.
La serata si è tuttavia rivolta al futuro con l’annuncio di un programma ricchissimo: 113 film e 33 proposte sonore, un vasto terreno di esplorazione per i frequentatori del festival. La difesa degli spazi culturali indipendenti ha trovato così un’eco nel programma stesso. Resistere, qui, significa anche continuare a mostrare opere libere.
Burn, un’apertura che predilige i contrasti
Infanzie abbandonate nel cuore di Tokyo
Il film d’apertura, Burn, secondo lungometraggio di Makoto Nagahisa, ci immerge nella quotidianità dei Toyoko Kids. Questi giovani si ritrovano per le strade di Kabukicho, quartiere di Tokyo associato alla vita notturna, spesso lasciati a se stessi. Il regista si interessa alle loro traiettorie, piuttosto che alla sola apparenza colorata del loro universo.
Questa attenzione conferisce al racconto una densità particolare. Pur essendo di finzione, il film si basa su una ricerca condotta tra persone che si confrontano con queste realtà e cerca di restituire esperienze concrete senza ridurle a uno scenario spettacolare. L’approccio conserva tuttavia un’energia visiva giocosa, attraversata da una forma di speranza. Qui l’oscurità non cancella mai del tutto lo slancio vitale.
Un’esperienza intensa, a tratti dura
Alle proiezioni inaugurali a volte si assiste per abitudine o curiosità. Questa ha rapidamente dissipato l’impressione di un appuntamento di rito. Nagahisa compone un film instabile e generoso, capace di passare dalla tenerezza alla brutalità, poi da una risata inaspettata a una scena profondamente dolorosa.
Per il suo disincanto può venire in mente Lilya 4-ever, mentre in certi slanci affiora l’esuberanza di Love Exposure. Ma Burn non si limita a prendere in prestito le tinte di altre opere. Procede con un immaginario proprio, bruschi cambi di tono consapevoli e una regia ricca di trovate.
Il film affronta temi duri, tra cui la violenza sui minori e lo sfruttamento sessuale. Questi elementi richiedono particolare attenzione e possono rendere difficile la visione. In compenso, i personaggi sono delineati con grande precisione, il cast convince e diversi momenti di grazia emergono nel mezzo del tumulto. Gli spettatori attratti dal cinema giapponese contemporaneo farebbero bene a tenere d’occhio un’uscita in sala, senza trascurare le avvertenze sui contenuti.
I Fugs, il rock come gesto di resistenza
Venerdì 16 ottobre, il festival ha ospitato Fugs Film, un documentario dedicato a un gruppo newyorkese la cui storia intreccia poesia, provocazione e musica. Il regista, Chuck Smith, è arrivato a Losanna poco prima della proiezione, dopo un viaggio movimentato. Nonostante la corsa contro il tempo, era felice di presentare il suo film a un pubblico che forse non conosceva i Fugs.
Per chi li scopre, il documentario è una porta d’ingresso accessibile all’universo del gruppo. Smith colloca il loro percorso nel fermento della scena beat e psichedelica, nel mezzo degli sconvolgimenti politici e sociali degli anni Sessanta. La rivoluzione sessuale, la guerra del Vietnam e le trasformazioni della cultura popolare si intrecciano senza trasformare il racconto in una lezione rigida.
Il film trasmette soprattutto una curiosità contagiosa. Bastano poche canzoni ascoltate sullo schermo per invogliare a proseguire la scoperta, mentre le testimonianze illuminano l’audacia di artisti che rifiutavano di separare la creazione dall’impegno. Alcuni membri importanti sono scomparsi, ma Ed Sanders e Ken Weaver sono ancora vivi. La loro presenza ricorda che questa eredità è tuttora attiva, ben oltre la semplice nostalgia.
Chuck Smith non imbalsama il gruppo in un passato idealizzato. Mostra piuttosto come la canzone, la letteratura e l’umorismo possano alimentare un pensiero libero di fronte all’autorità. Il documentario diventa così un archivio vivo, ma anche una cassetta degli attrezzi per chi crea oggi. La sua energia risiede tanto nella memoria dei Fugs quanto nella capacità di trasmetterla.
I diavoli, la forza di una proiezione collettiva
Una versione ritrovata, un evento da festival
La proiezione de I diavoli di Ken Russell ha conferito alla sala Paderewski un’aria da cerimonia. Prima del film, il programmatore Eric Peretti ha raccontato le lunghe ricerche condotte per ritrovare le scene tagliate dalla versione originale. Diversi appassionati, tra cui Mark Kermode, hanno portato avanti questa ricerca per anni, finché non sono riusciti a convincere Warner a riproporre immagini a lungo ritenute perdute.
Questo restauro permette di accedere nuovamente a un’opera il cui percorso è stato segnato dai tagli e dagli scontri con la censura. L’introduzione di Peretti ha rievocato anche le condizioni delle riprese, l’intensità del lavoro con gli interpreti e le voci che circondavano il progetto. Il suo racconto, molto animato, ha creato una tensione particolare ancor prima che apparissero le prime immagini.
Un classico ancora rovente
Sul grande schermo, il film conserva una straordinaria forza visiva. Le scenografie di Derek Jarman impongono la loro bellezza, mentre l’universo di Russell fa convivere eccessi, desiderio e violenza politica. Oliver Reed sprigiona un carisma magnetico, al fianco di una Vanessa Redgrave folgorante.
Le scene ritrovate aggiungono all’insieme una dimensione più torbida e carnale. Ampliano le riflessioni del film sulla repressione dei desideri e sull’uso politico della giustizia, temi che risuonano ancora oggi. La proiezione ha ricordato anche ciò che il cinema può generare quando viene condiviso: all’uscita, gli spettatori sembravano ancora in preda alla vertigine della visione. In una sala gremita, lo sconvolgimento provocato dal film diventa quasi un’esperienza comune.
La Goulve, un’estraneità che divide
Dopo l’intensità de I diavoli, il festival ha cambiato registro con La Goulve, diretto da Mario Mercier nel 1972. Eric Peretti ha avvertito il pubblico che la proiezione notturna avrebbe richiesto una certa indulgenza. Il film fa parte di una retrospettiva dedicata a Mercier, il cui immaginario mescola leggende inventate, esoterismo e trasgressione.
Le riprese si sono svolte in condizioni modeste, con interpreti non professionisti e una produzione che voleva accentuare la dimensione erotica del progetto. Dopo il suo insuccesso commerciale, l’opera è quasi scomparsa, finché alcune bobine sono riemerse in una cantina dell’entroterra nizzardo. In seguito, l’editore Le Chat qui Fume ha contribuito a darle una nuova vita in sala.
La proiezione non ha lasciato tutti con la stessa impressione. Alcuni spettatori hanno abbandonato la sala molto presto, mentre altri si sono lasciati conquistare dal suo fascino accidentale. Il doppiaggio enigmatico, la recitazione esitante e la sceneggiatura a tratti faticosa possono disorientare; eppure, questa goffaggine alimenta anche una poesia strana, sospesa tra sincerità e ridicolo.
Il film appartiene alla famiglia delle curiosità celebrate dal festival, accanto a produzioni marginali che sfuggono alle norme dominanti. Il loro interesse non dipende sempre dalla riuscita secondo i criteri classici. La libertà con cui sono realizzate, la loro ruvidezza e il rifiuto del buon gusto convenzionale le rendono opere vive. Questa proiezione ha così prolungato, in modo più caotico, la riflessione del festival sulle forme di resistenza culturale.
Un festival che dà spazio alle opere indocili
Dai racconti contemporanei sulle giovani generazioni vulnerabili ai film censurati a lungo, le prime giornate hanno delineato un programma attento alle marginalità. Le forme cambiavano di continuo: documentario musicale, cinema giapponese esplosivo, classico restaurato o poema erotico dimenticato. Questa varietà chiedeva al pubblico di accettare di non avere tutto sotto controllo in anticipo.
È anche questo a distinguere una manifestazione come il LUFF. Una scoperta può sconvolgere, far ridere, irritare o lasciare perplessi; non deve per forza conformarsi a un’unica idea di film riuscito. Nelle sale di Losanna, la distanza tra le opere diventava un motore di curiosità, anziché un ostacolo.
Le prime proiezioni hanno così trasformato il festival in un luogo d’incontro tra generazioni, sensibilità e storie del cinema. Il programma sonoro annunciato prometteva altre forme di sconfinamento, mentre la retrospettiva su Mercier proseguiva. A Losanna, le bobine rare non avevano ancora finito di uscire dall’ombra.
Il LUFF 2026, una festa già proiettata verso il futuro
A Losanna, il LUFF 2026 è iniziato ricordando che l’avventura underground dipende tanto dai film quanto dai luoghi che li ospitano. Nella sala Paderewski, il ricordo dell’Ancienne École de Chimie e degli spazi culturali minacciati ha dato a questa 25ª edizione un tono solidale. Il festival non si limita a scovare opere rare: difende anche le condizioni necessarie alla loro creazione, diffusione e incontro con il pubblico. I prossimi lavori al Casino de Montbenon pongono già una domanda concreta: dove farà tappa il festival fino al 2029?
Sugli schermi, il programma ha mantenuto ampiamente la promessa di farci viaggiare altrove. Burn, di Makoto Nagahisa, ha trascinato gli spettatori in un racconto giapponese al tempo stesso giocoso, cupo e sconvolgente, mentre il documentario dedicato ai Fugs ha fatto risuonare la libertà del rock e della poesia di protesta. La proiezione de I diavoli di Ken Russell, nella sua versione non censurata, ha trasformato la sala in uno spazio di sbigottimento collettivo. All’altro estremo dello spettro, La Goulve di Mario Mercier ha diviso il pubblico, tra uscite affrettate e fascinazione per il suo particolare artigianato cinematografico.
Questi cambi di tono delineano il carattere del LUFF: un programma in cui il virtuosismo convive con l’estraneità, le opere imperfette trovano spazio e la curiosità prevale sulle abitudini. Con 113 film e 33 performance sonore, il festival moltiplica i percorsi alternativi e incoraggia le scoperte inattese. Le prime giornate hanno così creato un’atmosfera fatta di entusiasmo, dibattiti e sorprese, mentre altre proiezioni attendono ancora il pubblico losannese. Il seguito di questa edizione promette di proseguire l’esplorazione, senza un itinerario prestabilito.










