Todd Haynes in intervista: dalla provocazione di « Poison » alla inquietante stranezza di « Safe »

todd haynes revient sur ses débuts provocateurs avec « poison » et l’étrangeté inquiétante de « safe », deux films qui ont marqué son cinéma.

Ospite d’onore del Festival Lumière, Todd Haynes ritorna sui suoi due primi lungometraggi, Poison e Safe. Dalla provocazione queer del primo all’angoscia diffusa del secondo, egli evoca la marginalità, la malattia e il modo in cui i generi cinematografici rivelano le tensioni del loro tempo.

Ospite d’onore della 18a edizione del Festival Lumière, Todd Haynes è tornato sui primi passi di un’opera audace. Restaurati e nuovamente proiettati in sala, Poison e Safe rivelano due modi complementari di esplorare l’esclusione, la malattia e le norme sociali. A Lione, il cineasta ha evocato la loro genesi, il suo dialogo con Jean Genet e la sua prima collaborazione con Julianne Moore.

« Poison », tre racconti per disturbare gli schemi

Uscito nel 1991, Poison non segue una narrazione classica. Il film assembla tre storie autonome, il cui tono e le scelte visive cambiano radicalmente. Questa costruzione frammentata crea però un filo comune: ciascun racconto osserva individui messi da parte dal loro ambiente.

Haynes spiega di aver voluto far coesistere diversi generi senza confonderli. Un falso documentario, una storia di orrore e un dramma carcerario compongono così una forma volutamente instabile. Passando da uno all’altro, lo spettatore è invitato a osservare come i codici del cinema influenzano la sua percezione dei personaggi.

Generi distinti, una stessa esperienza di marginalità

Il segmento documentaristico si concentra su un bambino la cui scomparsa è raccontata attraverso le testimonianze degli adulti che lo hanno conosciuto. L’evento rimane sfuggente, poiché il ragazzo non appare mai direttamente sullo schermo. La sua assenza costringe piuttosto i testimoni, e il pubblico, a misurare ciò che ha profondamente messo in discussione.

Nella parte horror, un uomo è trasformato da un’esperienza che lo rende una minaccia agli occhi degli altri. Haynes evoca le immagini ansiogene diffuse riguardo all’AIDS, mentre la paura e la stigmatizzazione dominavano ampiamente il discorso pubblico. Il registro del film di serie B gli consente di rendere visibile questa panico, esponendo nel contempo i meccanismi che designano alcuni corpi come pericolosi.

Il racconto carcerario, alimentato in particolare da Miracle of the Rose, di Jean Genet, dà un posto centrale al desiderio e alla relazione tra due detenuti. Il loro legame modifica i rapporti di forza senza abolire l’incarcerazione. Queste traiettorie rimangono così attraversate da una tensione comune: la speranza di fuggire dall’ordine imposto si scontra con la violenza di questo.

Jean Genet, l’impronta di un’appropriazione

Le opere di Genet non offrono a Haynes un semplice serbatoio di temi. Gli permettono di riflettere sulle libertà individuali, sulle trasgressioni e sul modo in cui una società crea le proprie esclusioni. Il cineasta riprende queste idee con una sensibilità tutta sua, piuttosto che cercare di riprodurre l’universo dello scrittore.

Questa ricerca si avverte anche nella forma stessa del film. I racconti sembrano plasmati a mano, con raccordi visibili e rotture che rifiutano la fluidità abituale. Haynes assume queste asperità: esse ricordano che un autore organizza ciò che il pubblico vede e che nessuna rappresentazione è neutra.

Il riferimento a Genet attraversa anche il modo in cui Poison mette in scena i corpi rifiutati. I suoi personaggi non vengono presentati come figure destinate a rassicurare o a ottenere l’approvazione generale. La loro presenza turba piuttosto le abitudini di sguardo, rendendo sensibile il confine tra ciò che una cultura accetta e ciò che respinge.

Il film non propone una risoluzione che cancellerebbe le domande sollevate. Il bambino rimane assente, l’uomo trasformato non trova una vera reintegrazione e l’evasione del detenuto si conclude con la morte di Bolton. Haynes lascia al pubblico il compito di affrontare questi destini senza fornire una facile liberazione.

Il New Queer Cinema, tra creazione e contestazione

Al momento di realizzare Poison, Haynes si sente legato a una comunità mobilitata contro l’AIDS e contro le forme di discriminazione che lo accompagnano. L’espressione artistica non è allora che un mezzo d’azione tra gli altri. Gli artisti e i militanti cercano di far sentire esperienze ampiamente ignorate, ciascuno con le proprie competenze e strumenti.

Il riconoscimento del film a Sundance, dove vince il grande premio, contribuisce a farlo conoscere. Negli anni successivi, altre opere singolari alimentano un panorama che la critica B. Ruby Rich designa sotto il nome di New Queer Cinema. Haynes ricorda con orgoglio questa emergenza collettiva, nata da approcci che non si limitavano a chiedere l’accettazione sociale.

Questi film privilegiano talvolta personaggi trasgressivi, antisociali o criminali, lontano dalle rappresentazioni concepite per rendere le persone queer più conformi alle aspettative dominanti. La loro audacia consiste nel mostrare vite complesse, senza ridurle a esempi edificanti. Questa libertà formale e politica sposta i contorni di ciò che un racconto può rappresentare.

La contestazione non riguarda quindi solo i temi trattati. Si occupa anche delle strutture culturali che determinano quali storie meritano di essere raccontate e sotto quale forma. Questa idea si ricollega, in un altro contesto storico e cinematografico, alle voci che fanno del cinema uno spazio di resistenza, come ricorda questa intervista con Heiny Srour intorno alla liberazione e al suo orizzonte politico.

Il 16 mm, un materiale che conserva le sue asperità

La texture dell’immagine gioca anch’essa un ruolo nell’universo di Haynes. Il cineasta dice di amare il grano del 16 mm, a cui è tornato per la mini-serie Mildred Pierce, poi per Carol, con il direttore della fotografia Ed Lachman. Il formato conferisce alle immagini una densità sensibile, lontana da una nitidezza troppo liscia.

Per Mildred Pierce, la produzione televisiva avrebbe potuto essere girata in 35 mm. Ma il perfezionamento delle telecamere e degli obiettivi rischiava di cancellare parte della texture al momento della diffusione. La scelta del 16 mm permetteva di conservare una ruvidità visiva più percepibile.

Con Carol, questa ricerca si inserisce in un’altra esperienza: quella di un film destinato alle sale. Il grano offre un rapporto particolare con la luce, i volti e gli ambienti, risuonando con l’aspetto di film più antichi. Le scelte di formato non riguardano quindi solo una preferenza tecnica; contribuiscono all’identità di ogni opera.

Questa attenzione al materiale dell’immagine accompagna anche la messa in scena contenuta di Carol, dove gli sguardi, i gesti e le superfici portano parte della narrazione. Il film prolungato a modo suo le interrogazioni del cineasta sulla rappresentazione dei desideri e delle norme. La storia di questa collaborazione tra estetica ed emozione si ritrova anche in questo ritorno su Carol, film fondamentale di Todd Haynes.

Attraverso queste scelte, Haynes difende un cinema in cui l’immagine conserva la sua parte di imprevedibile. Una leggera imperfezione può aprire uno spazio d’espressione che la precisione digitale tende a uniformare. La texture diventa allora una componente del racconto, alla stregua della composizione o della recitazione degli attori.

« Safe », quando la quotidianità diventa una fonte di minaccia

Con Safe, realizzato nel 1995, Todd Haynes prende come punto di partenza una malattia allora designata con vari nomi, tra cui quello di malattia ambientale. Carol White, interpretata da Julianne Moore, comincia a reagire a elementi ordinari del suo ambiente. A poco a poco, la casa e il sobborgo, luoghi apparentemente protettivi, si caricano di un’inquietante stranezza.

Il legame con Poison si delinea attorno alla malattia e al corpo minacciato. Haynes evoca anche Superstar: The Karen Carpenter Story, un’altra opera dei suoi esordi segnata da una degradazione fisica. In questi film, il corpo diventa un terreno di conflitto, ma anche un rivelatore delle paure collettive.

Il pericolo di Safe non emerge sotto forma di un mostro chiaramente identificato. Si insinua negli spazi familiari e può sembrare provenire da un divano, da prodotti domestici o dall’aria circostante. Questa minaccia diffusa prende in prestito dal cinema horror, rifiutando però le sue spiegazioni rassicuranti.

Il film apre quindi una riflessione più ampia sulla malattia: come interpretarla, darle un significato e decidere chi ne porta la responsabilità? Carol viene infine incoraggiata a pensarsi come la principale responsabile del suo stato. Il discorso di guarigione rischia allora di trasformare la presa in carico in colpa individuale, mentre l’ambiente sociale sfugge a qualsiasi esame.

Questa evoluzione conferisce alla storia un tono cupo. Carol attraversa il film in una forma di isolamento che non svanisce con le nuove risposte che le vengono proposte. La sua ricerca di sollievo solleva una questione scomoda: cosa significa guarire quando si deve anche accettare una spiegazione che esonera il mondo attorno a sé?

Un’America familiare, osservata dal margine

I luoghi di Safe attingono ai ricordi d’infanzia del regista, più dei suoi personaggi. I suoi genitori, che avevano progredito socialmente, hanno finito per vivere in una casa spaziosa nella valle di San Fernando. Le scenografie, i volumi e gli arredi di questo sobborgo gli erano quindi familiari, senza però sembrare accoglienti.

Haynes descrive i suoi genitori con affetto ed evoca il loro sostegno verso i tre figli. Tuttavia, si sentiva in distonia con lo stile delle case in cui è cresciuto. Questa distanza poteva confondersi con quella, più generale, che appare quando si entra nell’adolescenza e si inizia a separarsi dal mondo familiare.

Alcuni luoghi delle riprese prolungano direttamente questi ricordi. Sono state filmate scene in una camera della casa dei suoi nonni, così come nella casa di uno zio a Malibu Canyon. Una vista esterna mostra anche il garage dei suoi genitori, mentre alcuni vestiti indossati da Moore provenivano dall’armadio materno.

Questi dettagli non trasformano il film in un racconto autobiografico nel senso stretto. Danno piuttosto al suo universo una base concreta, fatta di spazi e oggetti già caricati di una memoria personale. Il comfort apparente degli interni diventa così più ambiguo, come se la familiarità stessa potesse nascondere un’inquietudine.

Il sobborgo di Safe non è caricaturizzato come un decorso ostile sin dal primo piano. Guadagna progressivamente una qualità opprimente, man mano che Carol perde fiducia in ciò che la circonda. Il film fa nascere la sua tensione in questa trasformazione graduale del quotidiano.

Questa lenta deriva distingue la minaccia di Safe dall’orrore più frontalmente spettacolare di Poison. In un caso, l’ansia si attacca a un corpo già percepito come mostruoso; nell’altro, si diffonde in interni ordinari. Haynes descrive infatti il film come un racconto attraversato da una strana fatalità, dove l’oggetto banale può improvvisamente diventare inquietante.

Julianne Moore, l’arte di rendere visibile un personaggio enigmatico

L’incontro tra Todd Haynes e Julianne Moore si intreccia attorno al copione di Safe. L’attrice, che stava passando dalla televisione al cinema, aveva attirato l’attenzione del regista in Short Cuts, di Robert Altman. Haynes la trovava notevole, senza sapere ancora se sarebbe stata l’interprete giusta per Carol White.

Moore, da parte sua, scopre il copione e desidera incontrare il cineasta. Arriva con un’idea precisa di come il suo personaggio possa parlare e chiede di poterla presentare durante un’audizione. Questa iniziativa offre a Haynes l’opportunità di vedere una figura che aveva concepito come quasi invisibile prendere forma davanti a lui.

La sua interpretazione si basa su una riservatezza piuttosto che su un’enfasi. Moore dà a Carol una presenza delicata e sfumata, senza rivelare tutte le chiavi della sua identità. Lo spettatore mantiene così la libertà di interrogarsi: cosa sa di se stessa e cosa si proietta su di lei?

Per Haynes, questo modo di recitare richiedeva un coraggio considerevole. L’attrice accetta di lasciare zone incerte e di non spiegare il personaggio al posto del pubblico. Il suo lavoro non riduce Carol a una diagnosi o a un enigma; al contrario mantiene una parte di opacità essenziale per il film.

Il cineasta evoca questa audizione come un momento significativo della sua carriera. L’esperienza gli dà subito voglia di ritrovare Moore in altri progetti. La loro collaborazione proseguirà particolarmente con Far from Heaven, The Wonderstruck e, più recentemente, May December.

Nel corso di questi film, si instaura una comprensione reciproca senza necessità di lunghe analisi teoriche del personaggio. Haynes apprezza la fiducia che Moore porta nel suo lavoro e la conoscenza precisa della sua arte. Questa base comune gli consente di concentrarsi su ciò che si rivela nelle immagini, talvolta oltre ciò che era percepibile sul set.

Il regista sottolinea che la telecamera cattura spesso sfumature che sfuggono all’osservazione diretta. Il gioco si costruisce allora come uno scambio tra l’attore, la composizione e lo sguardo del pubblico. Ogni collaborazione rinnova questa scoperta, senza che il mistero dell’interpretazione svanisca.

Dopo Safe, questa relazione artistica è cresciuta fino a diventare, secondo Haynes, una complicità rara. Condividono una storia fatta di progetti distinti ed esperienze successive, piuttosto che un metodo fisso. La continuità tra i loro film si basa soprattutto sulla fiducia accordata alle sfumature e ai silenzi.

Nelle opere di Haynes, questa fiducia è particolarmente visibile quando il personaggio non si svela completamente. Lo spettatore deve osservare i gesti, le variazioni di voce e le relazioni tra i corpi. Moore porta a questo approccio una presenza che resiste alle interpretazioni definitive.

I primi due lungometraggi restaurati offrono oggi l’opportunità di riscoprire le forme che hanno nutrito questa ricerca. Dallo scoppiamento narrativo di Poison alla minaccia diffusa di Safe, Haynes esamina il modo in cui le immagini organizzano le nostre paure e i nostri giudizi. Le loro nuove proiezioni in sala hanno accompagnato la mini-retrospectiva del Festival Lumière, mentre le edizioni video proposte da BubblePop prolungano questa riscoperta.

Dalla provocazione di « Poison » all’inquietante stranezza di « Safe »

Nell’intervista concessa a Lione, Todd Haynes torna su due film che esplorano, ognuno a modo suo, i confini dell’esclusione. Con « Poison », il suo primo lungometraggio, assembla tre racconti dalle forme distinte — falso documentario, horror e dramma carcerario — per far emergere figure rifiutate dalla loro comunità. Ispirato in particolare a Jean Genet, il film devia i codici di genere e rifiuta di rendere confortevoli le domande che pone. La malattia, il desiderio e la marginalità diventano soggetti di cinema, ma anche terreni di contestazione.

Haynes descrive questa procedura come un’appropriazione personale e americana dell’opera di Genet. I racconti non si fondono in una sola storia: le loro differenze di tono e linguaggio visivo rimangono visibili, come i segni di una creazione consapevole. Questa forma frammentata accompagna una riflessione su ciò che la cultura sceglie di mostrare o di nascondere. Nel segmento horror, la figura condannata dalle convenzioni del genere prende la parola e interroga la vergogna così come l’orgoglio. La narrazione non ripristina l’ordine né promette una liberazione facile; lascia aperte le sue tensioni.

Due anni dopo, « Safe » sposta questa preoccupazione negli spazi familiari della classe media americana. Dove « Poison » rappresenta corpi socialmente rifiutati, il film interpretato da Julianne Moore segue una donna che diventa estranea al proprio ambiente. Una casa, un divano o l’aria quotidiana possono caricarsi di una minaccia invisibile. Haynes evoca una malattia ambientale, ma anche la tendenza a far gravare sugli individui la responsabilità della propria sofferenza, mentre le cause collettive si offuscano. La calma delle scenografie e la riservatezza del gioco di Moore rafforzano questa sensazione di disagio, senza offrire spiegazioni definitive.

Tra queste opere, il cineasta fa evolvere il suo linguaggio senza abbandonare le sue preoccupazioni: i corpi vulnerabili, le norme sociali e i racconti che rinchiudono o rendono visibili. Il grano del 16 mm, i generi deviati e l’attenzione rivolta agli interpreti conferiscono a questi universi una materia singolare, sia precisa che inquietante.

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